Tante voci si mescolano in questo libro: papi, preti e pastori, comunità di diverse confessioni religiose, grandi donne e grandi uomini di fede (Etty Hillesum, Madre Teresa, Teilhard de Chardin, Carlo Maria Martini) e presentano a Dio le tante sfaccettature di un inesauribile anelito a un mondo di pace e di giustizia, a un’umanità riconciliata e capace di riconoscere l’altro come una ricchezza inestimabile e non più come un pericolo.
PREFAZIONE
CHE COSA SIGNIFICA «PREGARE PER LA PACE»?

Dio ama coloro che pregano, ama cioè coloro che gli parlano. Preferisce che si parli a lui, piuttosto che si parli di lui. Dio infatti non ci esorta tanto a parlare di lui, quanto ad ascoltarlo. La grande, fondamentale confessione di fede di Israele come popolo di Dio è: «Ascolta, Israele…» (Deuteronomio 6,4) e, tramite un suo profeta, Dio dice a tutti: «Inclinate l’orecchio, e venite a me; ascoltate, e l’anima vostra vivrà» (Isaia 55,3). Lo stesso accade con Gesù: quando vennero a dirgli: «Ecco, tua madre e i tuoi fratelli sono là fuori e ti vogliono vedere», egli rispose loro: «Mia madre e i miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica» (Luca 8,20-21). A Gesù fa eco l’apostolo Paolo che scrive: «La fede viene dall’ascolto, e l’ascolto si ha per mezzo della parola di Cristo» (Romani 10,17).
Dio ama coloro che, avendolo ascoltato, desiderano parlargli, e parlano a lui prima di parlare di lui. Dio non gradisce coloro che parlano a lui senza averlo prima ascoltato e senza aver prima parlato a lui. Dio ama coloro che pregano. Preferisce le preghiere brevi piuttosto che quelle lunghe, e soprattutto non gradisce le preghiere fatte per mettersi in mostra, cioè per esibire la propria pietà: benché siano formalmente indirizzate a Dio, in realtà sono rivolte agli uomini: quello che a loro interessa non è che Dio li ascolti, ma che gli uomini li vedano. Dio ama coloro che pregano in segreto, nella loro cameretta, senza che nessuno lo sappia, tranne Dio. Pregare come? In piedi? In ginocchio? Seduti?
In qualunque modo: non è il corpo che prega, è il cuore, e l’anima. Chi prega davvero, non sa più se è in piedi o seduto o in ginocchio. Pregare quando? A una o più ore stabilite? Tre volte al giorno, come facevano anche i Valdesi medievali? Molte volte al giorno e anche di notte, interrompendo il sonno, secondo antiche regole monastiche? O invece pregare solo quando ti senti di farlo? Nella vita dell’apostolo Paolo i tempi della preghiera sono stati tanti e molto diversi tra loro. Il suo consiglio più sorprendente è questo: «Non cessate mai di pregare» (1 Tessalonicesi 5,17), cioè pregate continuamente, ininterrottamente! Che cosa vuol dire? Vuol dire: trasformate il vostro lavoro in una preghiera, così il vostro riposo o il vostro svago, insomma la vostra vita in preghiera. Qui la preghiera non è più solo un discorso, è un atteggiamento, un modo di stare nel mondo, un modo di vivere tra gli uomini.
Pregare perché? Per chi? Per che cosa? Per mille motivi, o anche per nessuno, se non per il piacere di cercare Dio, di invocarlo, di aspettarlo. «Sta’ in silenzio davanti all’Eterno, e aspettalo» (Salmo 37,7). Qui non si tratta neppure di parlare a Dio, ma di tacere davanti a lui, e aspettare che parli lui a noi. Qui la preghiera è attesa silenziosa; è attesa della sua parola, ma anche solo che volga verso di noi il suo volto e ci benedica; è attesa che guardi con benevolenza il nostro mondo malato e ribelle, ne abbia ancora pietà e gli mandi, se possibile, «tempi di refrigerio» (Atti 3,2), di cui l’umanità ha immenso bisogno.
Dio ama coloro che lo aspettano in silenzio e non dicono, o pensano: «Dio ci ha dimenticati, il mondo è abbandonato a sé stesso e va alla deriva». Dio ama coloro che, nei giorni foschi che stiamo vivendo, tanto che anche parlare diventa difficile, se ne stanno in silenzio davanti a Dio e lo aspettano, forse mormorando, in cuor loro, il Padre nostro. Non avendo più parole nostre, perché le violenze inaudite del nostro tempo spengono tutte le nostre parole sulle nostre labbra, ricorriamo alle parole di Gesù. Le sue parole – anche e proprio quelle del Padre nostro – sfidano in ogni tempo qualunque tempesta. Ora succede che una delle 50 preghiere per la pace (a pag. 103) ripropone il Padre nostro come preghiera per la pace. Sollecitati da quella proposta e andando anche un po’ oltre, ecco il Padre nostro letto e interpretato come preghiera per la pace.
Ogni volta che diciamo «Padre nostro», preghiamo per la pace, perché dicendo di Dio che è «nostro» diciamo che non è solo mio, è anche tuo, e non è solo mio e tuo, ma anche suo; è nostro, ma anche vostro e anche loro; «nostro» è tanto inclusivo che equivale a «tutti»; perciò dire «Padre nostro» è come dire «Padre di tutti». Ecco perché dire «Padre nostro» è in sé una invocazione di pace. Analogamente, dire «Venga il tuo regno» è come dire «Venga la pace» perché la pace, il famoso Shalòm, è il contenuto principale del regno di Dio.
Dicendo «Sia fatta la tua volontà come in cielo, così in terra», preghiamo per la pace, perché la pace è ciò che Dio vuole prima e più di ogni altra cosa: l’arcobaleno è, fin dai tempi di Noè, immediatamente dopo il diluvio, il segno di una pace perpetua di Dio con la terra e tutto ciò che vive in essa e grazie ad essa.
Quando diciamo: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano» chiediamo a Dio di distribuire lui il pane tra gli uomini (come ha fatto Gesù celebrando la Santa Cena), perché noi non ne siamo capaci, ci appropriamo del pane degli altri, per cui uno ne ha troppo e vive nell’abbondanza e nello spreco, e l’altro ne ha troppo poco e vive nella miseria più nera; così nascono enormi disuguaglianze, dalle disuguaglianze i conflitti, dai conflitti le guerre; perciò chiediamo a Dio: «Dacci tu il nostro pane» perché noi non siamo disposti a condividerlo, anzi ce lo strappiamo dalle mani. Ci sarà pace solo quando tutti avranno il loro pane quotidiano, cioè quando sarà la mano di Dio a distribuire il pane, e non le nostre mani avide e rapaci.
Quando poi, continuando a dire il Padre nostro, gli chiediamo: «Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori», poniamo il fondamento più solido della pace, che è il perdono; non c’è pace, infatti, senza riconciliazione, e non c’è riconciliazione senza perdono, che a sua volta è possibile solo dopo aver fatto giustizia, riconoscendo il male compiuto e chiedendo perdono alla vittima. Anche la richiesta successiva: «Non indurci in tentazione» è una preghiera per la pace, perché chiediamo a Dio di non indurci nella grande e fatale tentazione della violenza, e tanto più della violenza armata, che comporta inevitabilmente guerra, distruzione e morte.
In ogni situazione di conflitto la tentazione maggiore è proprio quella di ricorrere alla violenza. E questo ci porta all’ultima richiesta: «Liberaci dal male»; il male è tante cose, ma quella sommamente funesta è l’odio che sfocia quasi sempre nella guerra: odio e guerra scatenano gli istinti peggiori che possono albergare nell’animo dell’uomo, che è costretto allora a scoprire quanto egli possa essere malvagio e come la condizione umana possa degenerare nel demoniaco. La storia dell’umanità dimostra che noi uomini, da soli, non riusciamo a liberarci dal male; succede anzi che facilmente ne diventiamo strumenti e complici. Perciò l’ultima richiesta è quella il cui esaudimento permette l’esaudimento di tutte le altre.
Il Padre nostro è dunque anche, e per eccellenza, la più completa e bella preghiera per la pace. Ma ce ne sono tante, tantissime altre. Il pastore Giuseppe La Torre – lui stesso uomo di preghiera – ne ha raccolte cinquanta, attingendo da un repertorio liturgico e devozionale pressoché sconfinato.
Alcune preghiere sono ormai classiche, come quella francescana, bellissima, che apre nel modo migliore la raccolta, che si caratterizza fin dall’inizio come genuinamente ecumenica. Ospita preghiere di cristiani e cristiane di tutte le confessioni, insieme a preghiere ebraiche e altre di natura interreligiosa, come quella pronunciata il 6 marzo 2021 in Iraq da credenti cristiani e musulmani, o quella scritta da cristiani, ebrei e musulmani durante la Guerra del Golfo del 1991. Alcune preghiere sono state pronunciate da persone conosciute, come tre recenti pontefici romani, o il compianto cardinale Carlo Maria Martini, o Madre Teresa di Calcutta. Però parte della raccolta è costituita da preghiere anonime, sgorgate dalla fede del popolo dei credenti: il valore di una preghiera non dipende da chi la dice, ma dalla fede con la quale è detta.
Alcune sono preghiere liturgiche tratte da antichi rituali cristiani: le preghiere per la pace, purtroppo, sono sempre attuali, non hanno il tempo di invecchiare, perché l’umanità continua a imparare la guerra da una generazione all’altra, ininterrottamente, contraddicendo la profezia messianica che, invece, preannunciava: «Una nazione non leverà più la spada contro un’altra, e non impareranno più la guerra» (Isaia 2,4). Alcune preghiere sono nate «dal vivo» di un’esperienza vissuta, personale o collettiva, e in questo senso sono – come si dice – «datate», ma questo non ne diminuisce il valore, anzi lo accresce ancora.
Vi sono poi preghiere che eccellono per qualità di pensiero e intensità di fede. Una su tutte non sfuggirà al lettore: è la preghiera di una giovane donna ebrea finita nelle camere a gas di Auschwitz, ma la cui testimonianza durerà per sempre sulla terra, a meno che non prevalga definitivamente la barbarie e si spenga nel cuore umano l’ultimo barlume di umanità. Quella donna si chiama Etty (Esther) Hillesum (si veda la nota a pag. 45), la sua preghiera è a pag. 105.
È una preghiera tanto audace e profonda che poteva sgorgare solo da un’anima ebraica, allenata da secoli, anzi da millenni, a lottare con Dio nella lunga notte del dolore, ma proprio per questo capace di un amore sconfinato per Dio, fino al punto che questa donna neppure trentenne rivolge a Dio la richiesta più impensabile che si possa immaginare: chiede di essere aiutata non a salvare sé stessa, ma a «salvare Dio» dentro di lei, e neppure tutto Dio, ma anche solo «un piccolo pezzo di te in noi stessi».
Forse questa è la più alta e la più santa preghiera pronunciata in tutto il nostro orribile, spaventoso Novecento, il secolo più feroce e spietato di tutti. Quello che Etty ha visto e vissuto, e che hanno visto e vissuto milioni e milioni di uomini, donne e bambini, tendeva a distruggere, tra le altre cose, anche e soprattutto l’ultimo «piccolo pezzo di Dio» nell’uomo. Etty ha capito che la salvezza era prima di tutto salvare quel «piccolo pezzo di Dio» dentro di noi.
«Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me», perché se tu vieni distrutto, lo sono anch’io. E se riesco a salvarti dalla distruzione, cioè a salvaguardare la tua miracolosa presenza dentro di me, allora, forse, potrò «anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini». Che gran regalo, umano e divino, ci ha fatto Etty con questa preghiera! Che bella intuizione ha avuto il pastore La Torre di includerla in questa raccolta! Ogni lettore gliene sarà grato.
Ma gli sarà grato anche per l’ampia Introduzione, che reca il titolo: «Ha senso pregare per la pace?». Sono pagine a lungo meditate e arricchite da brevi, essenziali profili di alcuni testimoni della pace vissuti proprio in quel Novecento, forse il secolo più insanguinato dell’intera storia umana. I testimoni sono Dietrich Bonhoeffer, pastore luterano tedesco, Pavel Florenskij, scienziato e teologo ortodosso russo, Simone Weil, resistente francese di famiglia ebraica, Etty Hillesum, ebrea olandese, Martin Luther King, pastore battista statunitense. Va da sé che tanti altri nomi avrebbero potuto essere aggiunti. Dio non ha mai smesso di suscitare testimoni di pace nel mondo che, di solito, li ha messi a tacere eliminandoli, oppure li ha ignorati e squalificati come utopisti e visionari. Il mondo dice di volere la pace, in realtà, da sempre, preferisce la guerra.
Ma qual è «il cuore» di questo libro di preghiere, in grado, con il suo battito, di scaldarne e illuminarne tutte le pagine? È una meditazione biblica del pastore La Torre che si trova alle pagg. 109-118, una specie di intermezzo o interludio che reca il titolo promettente: «Preghiera che diventa poesia», forse alludendo ai Salmi biblici, che spesso assumono forme e ritmi poetici. La meditazione del pastore parla di Caino e Abele, primi abitatori della terra dopo la prima coppia umana (Adamo ed Eva). Si tratta dunque di due fratelli che per motivi non molto chiari (c’entra anche Dio) entrano in un conflitto il cui esito è la morte violenta di Abele per mano di suo fratello Caino. Il significato del racconto è chiaro: ogni omicidio è un fratricidio; uccidendo quello che tu ritieni sia il tuo nemico, uccidi un tuo fratello.
Così comincia la storia umana, nel peggiore dei modi. C’è però una sorpresa: Dio condanna Caino per il suo delitto, ma protegge la sua vita. Caino ha scelto la morte di suo fratello, ma Dio sceglie la vita di Caino, benché sia riconosciuto come omicida. Questo è il secondo messaggio del racconto: Dio spezza sul nascere la spirale della violenza e della morte. Lo dice molto bene il pastore La Torre: «“Scegli la vita” è il monito della Bibbia [Deuteronomio 30,19]. Scegliamo la vita degli altri e Dio, che è misericordioso, ci darà anche la nostra». Come l’ha donata, o meglio ridonata, a Caino.
Se questo è, come pensiamo, «il cuore» del libro di preghiere che stiamo presentando, allora ci troviamo molto vicini a quello che è anche «il cuore» del problema della guerra che sta all’origine di tutte le innumerevoli preghiere per la pace che l’umanità non si stanca di rivolgere a Dio. Il problema è che Caino, benché graziato da Dio che per lui ha scelto la vita, continua a scegliere la morte di suo fratello Abele. Dio però non ha smesso di scegliere la vita, e ha dato a Caino un altro fratello, che si chiama Gesù di Nazareth, in Galilea (Palestina).
Caino, incorreggibile, ha ucciso anche questo secondo Abele, il quale però ha avuto il tempo di dire a Caino alcune cose sul tema della violenza e della guerra, che possono essere riassunte così: l’unico modo per vincere la violenza è praticare la nonviolenza, e l’unico modo per mettere fine alla guerra è costruire la pace. Fermiamoci un istante su questo punto. Proprio all’inizio della sua breve missione terrena, Gesù, secondo l’evangelista Matteo, ha pronunciato otto Beatitudini, che sono come il suo programma di vita e di governo, la Magna Charta del suo regno: un regno che non è lontano, ma vicino, non è di questo mondo, ma per questo mondo, è chiamato «regno dei cieli», ma è per la nostra terra. Una beatitudine dice letteralmente: «Beati quelli che fanno la pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Matteo 5,9). Ci sono altre sette categorie di persone che sono dichiarate «beate», ma solo di quelli che fanno la pace Gesù dice che sono «figli di Dio», cioè persone nelle quali Dio immediatamente si riconosce, così come si riconosce in Gesù, anche lui «figlio di Dio», sia pure a un altro livello e con un’altra qualità di vita rispetto a qualunque altro «figlio di Dio» nel senso della beatitudine ora citata.
Va comunque notato che Gesù non dice: «Beati quelli che aspirano alla pace»: tutti dicono di aspirare alla pace, a cominciare da quelli che fanno la guerra; sono proprio loro a parlare di pace più di tutti gli altri, mentendo spudoratamente. Ma Gesù non dice neppure: «Beati quelli che pregano per la pace». Non che Gesù sconsigli di pregare per la pace, al contrario, lui stesso ha pregato, piangendo, per la pace di Gerusalemme (cfr. Luca 19,42); egli però dice che si è «beati» non pregando per la pace (per quanto necessaria e raccomandabile sia questa preghiera), ma facendo la pace, cioè costruendola, anzitutto costruendola dentro noi stessi. In che modo?
Un solo modo è possibile: diventando quello che non siamo mai stati e non sappiamo neppure bene che cosa sia: uomini e donne nonviolenti. Come lo è stato Gesù che lo dice apertamente anche a Pilato: «Se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori combatterebbero perché io non fossi dato nelle mani dei Giudei» (e avrebbe potuto aggiungere: «e nelle tue mani»!), «ma ora il mio regno non è di qui» (Giovanni 18,36). La stessa cosa, implicitamente, l’aveva detta a un suo discepolo (forse Pietro) che, al momento dell’arresto, aveva tratto la spada e colpito il servo del sommo sacerdote: «Riponi la spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, periscono per la spada» (Matteo 26,52).
E qui comprendiamo davvero che cosa significa pregare per la pace. Significa chiedere a Dio due cose: la prima è che egli faccia di noi degli uomini e delle donne di pace, cioè nonviolente; la seconda è che, come uomini e donne nonviolente, noi costruiamo la pace. Non si costruisce la pace se non diventando nonviolenti. Ma diventare nonviolenti è una specie di mutazione genetica della creatura umana che, come sappiamo, ricorre legittimamente alla violenza come misura estrema, ma necessaria, di autodifesa. Diventare nonviolenti, cioè diventare quello che non siamo per natura, sarà necessariamente un processo lungo, arduo e faticoso. Non si diventa nonviolenti da una giorno all’altro. Si tratterà anzitutto di fondare teoricamente (per i cristiani, teologicamente) la scelta nonviolenta. Affiancata alla fondazione teorica, si dovrà fornire un’ampia e accurata informazione sulle varie tecniche nonviolente, su quando e come metterle in pratica. La nonviolenza, infatti, contrariamente all’opinione comune, tanto diffusa quanto errata, è un metodo di lotta, non una fuga nella neutralità, è un modo di essere e agire nella storia, non un tirarsi fuori dalla mischia.
Una scelta nonviolenta non può che essere personale, ma potrebbe e dovrebbe coinvolgere l’intera comunità cristiana e diventare una sua caratteristica, come lo è stata e lo è per i Mennoniti e per la Società degli Amici (più conosciuta con il nomignolo Quaccheri). Solo optando per la nonviolenza, la Comunità di Gesù può diventare quello che non è mai stata nel corso dei due millenni della sua storia, e cioè corpo di pace in mezzo a un’umanità sempre più armata e inguaribilmente violenta. Se è vero che la Chiesa è il corpo di Cristo e che Cristo è «la nostra pace» (Efesini 2,14), come può il corpo di Cristo essere altro che un corpo di pace? Ma questo, finora, non è avvenuto, né nel passato (tranne poche eccezioni rimaste assolutamente minoritarie e inascoltate) né nel nostro tempo.
Ne abbiamo avuto la riprova con lo scoppio della guerra letteralmente fratricida, tuttora in corso, tra Russia e Ucraina. Fin dall’inizio del conflitto, oltre agli orrori quotidiani presenti in ogni guerra, abbiamo dovuto assistere, provando una pena infinita, alla totale impotenza e insignificanza delle due Chiese Ortodosse, quella russa e quella ucraina, che sono tra loro sorelle in tutti i sensi, ma che, essendo entrambe malate di opposti nazionalismi, sono tra loro nemiche e schierate l’una contro l’altra. In simili condizioni è impossibile che esse possano essere, insieme, un unico corpo di pace tra popoli in guerra. Ma il penoso esempio negativo fornito dalla Chiesa Ortodossa russa e dalla Chiesa Ortodossa ucraina di fronte alla guerra dei loro rispettivi popoli è solo uno specchio nel quale possiamo vedere l’impotenza e l’insignificanza di tutte le Chiese, a cominciare dalle nostre, se si fossero trovate o dovessero trovarsi nella stessa o analoga situazione. Nessuna Chiesa è oggi in grado di essere, nel mondo, un vero corpo di pace; nessuna Chiesa insegna la nonviolenza ai suoi membri; nessuna Chiesa ha fatto la scelta nonviolenta e l’ha adottata come scelta di vita e visione dell’uomo e del mondo; nessuna Chiesa ha imparato nulla da Gandhi e Martin Luther King, ai quali peraltro continua ipocritamente a costruire monumenti (di parole), ma di cui continua a ignorare la lezione e a non seguire l’esempio, neppure da lontano.
La verità è che nel corso della sua storia bimillenaria, la Chiesa ha dato vita e attraversato molte conversioni, ma non si è ancora mai convertita alla nonviolenza, e quindi non conosce ancora la beatitudine, cioè la felicità, di coloro che fanno la pace. Potrebbe darsi che la conversione alla quale la Chiesa del terzo millennio è urgentemente chiamata sia proprio la conversione alla nonviolenza, per diventare, in mezzo a un’umanità che così facilmente continua a impugnare armi omicide, quel popolo della pace o corpo di pace che finora non è mai stata. Se questo accadesse, anche l’ininterrotta e indispensabile preghiera per la pace acquisterebbe un nuovo significato e un peso maggiore e Dio, forse, l’ascolterebbe più volentieri.
Paolo Ricca
Teologo, professore emerito della Facoltà Valdese di Teologia di Roma



